Giorni: 77-83, il 19-26 gennaio 2010

Seguendo Nowak… al carcere

A dir la verità le città come Kantara, Beni Suef o Minja sono poco attraenti. Il loro vantaggio più grande e non di rado unico è che fanno parte della storia di Kazimierz Nowak.

Kantara non è una città alla quale si va per visitarla. Neanche Kazimierz Nowak ci si recò perché lo voleva.
Da Cairo all’est – a Gerusalemme- si recò solitamente per poter ritirare una macchina fotografica del marchio Contax con il quadro piccolo, molto più maneggevole riguardo quella che usò prima.
Però ha ricordato molto bene Kantara dal suo itinerario perché proprio lì hanno interrotto inaspettamente il suo viaggio. La città è situata al Canale di Suez, il quale non gli hanno permesso di percorrere. Il peggio è che l’hanno chiuso nel carcere.
Questo posto si è conservato fino a oggi perché un alloggio di polizia insieme con il carcere costituiscono il più vecchio edificio a Kantara. Funziona dall’inizio del XXesimo secolo e proprio qui il polacco fu gettato in gallera negli anni 30.
– In verità nessuno ci ha arrestato però i momenti spiacevoli non mancavano – scherza Piotr Tomza. Al commissariato ci hanno detto che la città – sia 80 anni fa che oggi – è poco amichevole per i  forestieri ed il pernottamento  senza permesso, la più cara cosa durante tutto l’itinerario egiziano, è impossibile.
Paweł e Piotr hanno percorso a biciclette la distanza da Cairo a Kantara in un tempo rapidissimo. L’altro Piotr e Magda – in treno. Dopo il ritorno a capitale- contrariamente a Nowak – non dovevano aspettare a lungo un pacco fotografico, perché è proprio arrivato un filtro per l’obiettivo, mandato da Polonia.
Il giorno seguente hanno montato un altra targa commemorativa del loro patrono nell’edificio dell’ambasciata polacca situata fra gli spazi verdi bellissimi. Accanto alla Sfinge hanno ripreso gli stessi fotogamma che Nowak prese decenni fa.
– Queste piramidi fanno una grande impressione. Però è difficile affascinarsi quando c’è tanto rumore e traffico come se fosse un incrocio- nota Piotr.
È la fine del viaggio di Teofil che parla arabo perfettamente. D’ora in poi sarà sostituito da Sebastian che già all’inizio ha un’iella.
– La polizia ci ha ingannato in un modo schifoso – contestano i ciclisti. Era così:
– Siamo partiti a mezzogiorno, e quando si faceva buio, i poliziotti ci hanno raccomandato di tornare indietro. Cinque chilometri indietro doveva esser un albergo dietro del quale potremmo piantare la tenda senza pagamento. Invece di 5 km c’erano 15km, e questo significava che siamo tornati al. confine di Cairo. Di più, tutto il tempo ci inseguiva un’autoradio, non rispettando uno spazio idoneo, il che ha causato l’investimento di un rimorchio. Volente o nolente , siamo tornati a Cairo perché l’equipaggiamento era adatto solo al cambio.
ll giorno seguente, malgrado evidenti obiezioni della polizia, i ciclisti inseriscono la biciletta tra gli  oggetti di un piccolo museo all’aperto a Mit Rahina. Questo museo rappresenta i resti di una grande e potente, a suo tempo, città  – Menfi: Sfinge alabastrino, accanto al quale Piotr finge di essere Nowak con la sua bicicletta, anche alcune statue, fra cui Ramesse II.
La sera i ciclisti fanno la sosta in provincia. Organizzano il fuoco e il pernottamento sotto la palma. Ragazzi del villaggio portano con loro il tè e le foglie secche della palma per il combustibile. Piotr porta la chitarra ed i locali concorrono con lui suonando i hit con i loro cellulari.
Il seguente pernottamento, diverso da altri, nel centro coptico a Beni Suef, gli fa anche un grande piacere. C’è l’aria fresca, belli pallazzi ed Egitto, con grande gioia del popolo locale, entra in semifinale calcistico della Coppa delle Nazioni Africane.
– Di là a Minja abbiamo percorso 130 km – racconta Piotr Tomza. – Purtroppo tutto il tempo in accompagnia della polizia più o meno ragionevole.
– Su un frammento dell’itinerario un’autoradio andava davanti a noi non più di 20 metri, il che diminuiva la nostra vista alla parte posteriore del pickup, una grande scritta Chevrolet e due uomini vestiti in pullover verdi con armi da fuoco sulle ginocchia.
Obbligatoriamente i ciclisti collezionano i timbri perché Beni Suef e Minja sono le città che Nowak ha visitato sul suo itinerario.    

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